(continua)
Nel
Duecento l'importanza di Tarano venne rapidamente crescendo. Nel
1283, per contrastare la spinta espansiva della nobiltà romana,
Tarano fu costretto a contrarre una societas con il comune di Narni.
L'accordo, che aveva una durata quarantennale, prevedeva che il
Castello Sabino facesse guerra e pace su richiesta della città
umbra e inviasse un esercito contro qualsiasi nemico, tranne la
Chiesa Romana e Roma. Veniva promesso inoltre di non ospitare banditi
narnesi, di denunciarli per mezzo di lettere o di un nunzio, di
garantire la sosta e il transito nel castello e nel territorio dei
cittadini di Narni e delle loro robe e di non richiedere loro il
pagamento di alcun pedaggio. Inoltre i Taranesi avrebbero dovuto
offrire e portare per la festa di S. Giovenale un cero di cera nuova
del peso - cospicuo - di 40 libbre. Dalla sua parte il sindaco di
Narni prometteva al Castello di Tarano di difendere il territorio
e i suoi uomini da qualsiasi nemico, tranne la Chiesa Romana e la
stessa Roma, Collevecchio, Castiglione e Magliano, di esercitare
la giustizia nei loro confronti nel rispetto degli statuti cittadini
e di far entrare e soggiornare gli uomini di Tarano in città,
garantendo la sicurezza delle persone e delle cose, e di non ospitare
banditi del castello, denunciandoli all'occorrenza. Il patto venne
ratificato il 26 ottobre davanti al Castello di Configni.
Che
Tarano fosse tra i centri preminenti della Sabina in questo periodo,
lo dimostra l'attenzione che i rettori del Patrimonio avevano per
il rafforzamento della struttura difensiva del castrum, tanto da
aver spesso ideato di costruirvi una rocca. Il primo accenno si
ha nel febbraio del 1331, quando Giovanni XXII, rispondendo al rettore
che ne aveva sollecitato un parere, si era dimostrato disponibile,
se gli abitanti avessero voluto costruire la fortezza, a concedere
un sussidio che doveva essere quantificato. Soltanto nel 1341, però,
il problema fu nuovamente affrontato e la rocca fu costruita abbastanza
rapidamente, dato che essa fu in parte danneggiata dal forte terremoto
del 1349, che causò gravi danni in tutta l'Italia Centrale.
Subito riparata la rocca di Tarano, da questo momento il caposaldo
principale della organizzazione difensiva della Chiesa in Sabina,
sede quasi costante del vicario e del vicetesoriere, presidiata
da una guarnigione stabile al comando di un castellano.
Nel
1347 Tarano si sottomise a Cola di Rienzo e si ribellò più
volte, in particolare tra 1351 e 1352 e fu ricondotto all'obbedienza
con grandi difficoltà per le resistenze opposte dal forte
partito ghibellino, che trovava incoraggiamenti ed aiuti a Narni.
In questo periodo, come attesta il Registro Camerale del cardinale
Albornoz del 1364, Tarano era riuscito ad estendere il suo dominio
sui vicini castelli di Cicignano, di Fianello e di Montebuono. Il
declino di Tarano come libero comune ebbe inizio nel 1372, quando
fu infeudato a terza generazione ad un nobile perugino, Francesco
degli Arcipreti, che faceva parte di una famiglia fortemente legata
alla Chiesa. Nel 1392 papa Bonifacio IX giunse a Tarano nella mattinata
del sabato 4 ottobre, dove sostò anche la domenica. Ripartito
da Tarano il lunedì, nella stessa giornata raggiunse Narni,
dopo aver confermato i diritti distrettuali su Cicignano. Nel 1399
Paolo Savelli, per recuperare un credito di 20.000 fiorini che il
padre Luca vantava con papa Benedetto XI, occupò con la violenza
il castello di Tarano. La mediazione del duca di Milano, Giangaleazzo
Visconti fu abbastanza lunga e si concluse soltanto il 23 maggio
del 1401, quando si giunse ad un compromesso sulla restituzione
dei castelli oggetto della controversia, tra i quali Tarano.
Il dominio dei Savelli sul castello si concretizzò nel maggio
del 1409 quando Gregorio XII infeudò, a terza generazione,
Tarano e Montebuono a Battista Savelli. Il 1o luglio del 1410, Giovanni
XXIII confermò l'infeudazione. Da segnalare, tra l'altro,
la presenza sullo scorcio del Medioevo anche di una forte comunità
ebraica che aveva la sua Sinagoga , poi cristianizzata come S. Maria
della Stella. La signoria dei Savelli su Tarano si protrasse, tranne
una breve parentesi, agli inizi del Cinquecento (1501-1503) quando
Alessandro VI lo diede in feudo a Giovanni Paolo Orsini, fino al
1581. Alla morte senza eredi legittimi di Onorio Savelli, il feudo
fu confiscato dalla Camera Apostolica insieme a Montebuono e Rocchette.
Una nuova, ma breve, parentesi feudale si ebbe nel 1727 quando Benedetto
XIII concesse Tarano a Luzio Savelli come vitalizio. Nel 1817 Tarano,
301 abitanti, era appodiato di Montebuono.
Divenuto
comune autonomo, nel 1853 Tarano aveva raggiunto le 411 anime, 53
delle quali sparse per la campagna, 82 le famiglie, 81 le abitazioni.
Nel paese c'era un forno, un macello, una rivendita di sali e tabacchi,
un chiavaro, dei calzolai e dei vetturali, un maestro di scuola,
una maestra pia ed una mola a grano dei Valentini. L'assistenza
sanitaria era assicurata da un medico, che aveva uno stipendio annuo
di 180 scudi più la casa e dalla farmacia Ranuzzi. Due fonti
di acqua perenne si trovavano nei pressi del paese e le loro acque
si raccoglievano in due ruscelli che serpeggiavano intorno all'abitato.
La principale veniva chiamata del lavatore, perché nei pressi
della porta urbica alimentava un lavatoio per le donne. Nei dintorni
di Tarano c'erano delle fabbriche di stoviglie d'argilla e diverse
fornaci di tegole e mattoni. Due le fiere, una il 26 maggio, festa
di S. Filippo Neri, l'altra il 2 settembre, festa di S.Antonino.
Il protettore era S. Giorgio, che si festeggiava il 23 di aprile.
Testi
del Prof. Terzilio Leggio
Foto di Enrico Ferri |